ARTICOLIRubriche

Volare con i piedi per terra

posted by Giulia febbraio 3, 2018 1 Comment

Marc Chagall – La Passeggiata (1917)

“La leggerezza è un valore e non un difetto.”

Questo è quanto afferma Calvino in “Lezioni Americane“.

Mi sono fermata a riflettere su questa apparente contraddizione.

Penso alla leggerezza e alle figure che questo termine mi dipinge nella mente: nuvole, cielo, volo, farfalle, azzurro… Elementi che in effetti non hanno niente di riprovevole o mendoso. Ma se tolgo le figure simboliche e rifletto non sulla funzione di aggettivo, ma su quella di sostantivo del termine, penso che i suoi sinonimi potrebbero essere superficialità, frivolezza, vacuità.

E cosa sono questi se non difetti?

In tale ambiguità non trovo conforto nel vocabolario che definisce la leggerezza come una “limitatezza di peso” ed anche una “mancanza di controllo nel comportamento, indice di scarsa serietà e di frivola noncuranza.” Sbagliato sarebbe pensare che la limitatezza di peso sia condizione necessaria affinchè si possa spiccare il volo. Non si vola perché si è leggeri, si vola perché, nella consapevolezza di ciò che ci tiene a terra, ci spogliamo della pesantezza dell’ignoranza. Della mediocrità. Della vaghezza.

Niente può chiarire meglio questo mio pensiero della citazione di Valerì che Calvino usa nella sua lezione: “Devi essere leggero come l’uccello e non come la piuma.” Siamo noi esseri umani ad attribuire pesantezza a ciò che viviamo e perciò, se siamo scrittori, a ciò che raccontiamo tramite la scrittura.

Raccontare è un bisogno primordiale del genere umano e l’uomo, da sempre, ha cercato di soddisfare questa necessità sfruttando ogni mezzo a sua disposizione. Si narrava oralmente quando ancora non esisteva la scrittura; si disegnava sulle pareti delle caverne o sui muri delle piramidi fino ad arrivare all’uso della carta e del linguaggio scritto. Con la scoperta del fuoco nacque l’abitudine di radunarsi attorno ad esso per raccontare e raccontarsi, creando così l’inizio di uno sviluppo etico e sociale e un progredire intellettuale destinato a evolversi nel tempo. L’uomo imparò a sentirsi parte di una comunità nella quale perdeva la sua individualità e acquisiva la delizia del condividere e del confrontarsi con gli altri.

L’uomo non ha mai smesso di raccontare. Né di ascoltare. Ha cambiato i mezzi e gli strumenti per farlo e spesso anche le finalità, ma quel bisogno ancestrale è radicato nel nostro DNA.

Avvertendo io stessa questa eredità cromosomica come un allarme che mi ricorda costantemente di soddisfarla, scrivo.

Il mio più grande timore, da scrittrice, è ogni volta quello di creare qualcosa di “leggero” che non rispecchi la profondità di ciò che voglio trasmettere. Ho sempre visto un limite nella purezza del mio linguaggio e nelle tante immagini metaforiche che, incontrollate, scaturiscono dalla mia mente.
Calvino afferma che la leggerezza è un valore positivo purchè porti con sé sempre la sua gravità.

Una dicotomia bella e buona! Una dualità che da principio mi ha disorientata. Come si può mantenere la lievità conservando il peso e da esso non essere deformati mentre scriviamo? Essere coscienti del peso insito nel nostro raccontare, nello stesso tempo spiccare il volo sopra il mondo, guardarlo dall’alto e tenere i piedi saldi a terra, allontanandosi dalla superficialità.

Pare difficile e complicato. E indubbiamente lo è. Tuttavia una via d’uscita esiste. Calvino consiglia di non scrivere ciò che è poco pensato, scarno di dettagli, costruito sulla casualità, sulla indeterminazione e sull’ imprecisione per evitare appunto che risulti qualcosa di futile, privo di importanza. La riflessione a cui mi ha portato la lettura delle Lezioni di Calvino, ha sconvolto i miei concetti mentali e ha aperto una nuova visuale, eccezionale e opposta a quella sempre avuta sulla leggerezza. La dicotomia che la caratterizza la rende ai miei occhi e alla mia mente qualcosa di straordinariamente affascinante perché affascinante è la contrapposizione tra il significato spicciolo della parola che porta alla mente immagini scollegate dalla profondità a cui invece, come valore è legata, e la gravità che le fa da contrappeso.

Che mondo sarebbe se riuscissimo ad essere leggeri nel pensiero senza essere frivoli, se riuscissimo ad elevarci sopra le nuvole rimanendo ancorati a terra, se potessimo esprimerci abbandonando la vaghezza e l’approssimazione?

Potremmo dire che saremmo tutti sopraffatti da una “leggerezza pensosa” opposta alla “leggerezza della frivolezza”, che, al cospetto dell’altra, appare pesante e opaca. Il mondo in cui l’uomo vive è un mondo ricco di indigeribilità, pigrizia e inespressività e Calvino vuole spronare gli scrittori a non nutrirsi di questi difetti, ma ad esaltare la leggerezza che si esprime attraverso un linguaggio delicato, un’astrazione del ragionamento e l’uso generoso di immagini figurali che assumano valori simbolici.

Mi sono allora chiesta quali potessero essere le caratteristiche di un linguaggio leggero. Prima di tutto ho pensato che si dovrebbero eliminare tutte le parole settoriali e ricercate, o per essere più chiara le parole riempitive, che come dice il termine stesso, hanno il solo scopo di “riempire” e di conseguenza il difetto di appesantire il testo. Si dovrebbe invece ricorrere all’ uso delle parole realmente funzionali, quelle che hanno uno scopo ben preciso e rifuggono la casualità. Ci sono tanti scrittori che fanno un uso improprio delle parole, che le adoperano come piume d’oca per riempire un cuscino allo scopo di renderlo più morbido. L’effetto che invece ottengono è proprio il contrario: un ammasso di parole infilate a caso, pesante come un macigno. Per fortuna ce ne sono tanti altri che riescono a raccontare storie di grande complessità con una leggerezza straordinaria; posso certamente porvi l’esempio di Murakami che nel suo Norwegian Wood, mi ha incantata per questa sua estrema capacità di raccontare con “leggerezza pensosa” gli eventi tragici della vita. Non ho particolarmente amato questo suo romanzo, a dispetto di milioni di persone in tutto il mondo, ma ho ammirato profondamente la sua attitudine. Sì, posso certamente dire che Murakami è dotato di “leggerezza pensosa”.

Come si impara? Forse un po’ si impara, forse è una qualità innata.
Certo, fossero in vendita pastiglie di “leggerezza pensosa” probabilmente ne farei un uso indiscriminato!

E senza pastiglie magiche, cosa possiamo fare?

Certamente dobbiamo avere chiaro in mente che da demonizzare non è il peso, ma la pesantezza di ciò che vogliamo raccontare. Il fonema è simile ma il significato profondamente diverso. Dovremmo essere così bravi da eliminare tutto quelle peculiarità del nostro narrare che lo rendono difettoso e per difettoso intendo ciò che è costruito su un terreno fragile ed è perciò destinato a franare su se stesso. In questo può soccorrerci la scienza.

Ci avreste mai pensato?

La scienza che soccorre la letteratura. La conoscenza della realtà delle cose, lo studio dei dettagli, ha la capacità di annullare ogni briciola di approssimazione. La frivolezza cede il posto alla pensosità. Il terreno fragile diventa solido. A tal proposito Calvino ci fa un esempio di una bellezza straordinaria, citando Leopardi. Il poeta tenta di giungere alla leggerezza facendola diventare l’oggetto della sua infinita ricerca. Con essa Leopardi tenta di annientare la pesantezza del vivere che è il fulcro costante delle sue opere. Gli studi che aveva compiuto sulla luna gli permisero di trasudare, tramite la scrittura, la leggerezza in tutto il suo splendore, fino a riuscire ad usare le parole come se fossero loro stesse luce lunare capaci di alleggerire le pene della vita.

La letteratura, lo scrivere, il raccontare diventano perciò il connubio tra il desiderio di elevazione e la pesantezza della realtà, o citando Calvino “il nesso tra la levitazione desiderata e privazione sofferta.

Tutte queste riflessioni mi hanno sfamato la mente perché hanno dato un significato alla dualità che permea l’esistenza e di conseguenza ne condiziona il modo di raccontarla. Se la “leggerezza pensosa” fosse una qualità congenita in ognuno di noi, la parte frivola di essa risulterebbe così pesante da non spaventare nessuno. Si creerebbe un equilibrio meno precario; allora, come Calvino spoglia la tristezza e alleggerendola la trasforma in melanconia (definizione meravigliosa di tale sentimento), allora forse la presunzione priva di pesantezza diventerebbe semplice trasmissione di conoscenza, la solitudine assomiglierebbe ad una silenziosa rigenerazione e l’invidia non sarebbe altro che una riconosciuta qualità nell’altro diverso da sé.

Ciò che mi ha spinto a riprendere la lettura di questo capolavoro di Italo Calvino, è stato il desiderio di costruire un progetto letterario in collaborazione con Roberto, di orizzontideglieventi; il nostro intento è quello di prendere spunto da questa opera per riflettere su quali siano gli insegnamenti che il maestro ha voluto trasmettere tramite questi appunti, scritti prima che la morte lo sorprendesse. L’interpretazione soggettiva che ne viene fuori sarà per noi stimolo di ulteriore riflessione.

Per leggere l’articolo di Roberto “La leggerezza di Astolfo” visitate il suo blog www.orizzontideglieventi.blog o cliccate QUI. 

Ti potrebbe interessare anche...

1 Comment

Blog a cura di Roberto Masi febbraio 3, 2018 at 11:22 am

[…] Pingback: Volare con i piedi per terra – 20000 libri sotto gli occhi […]

Reply

Leave a Comment