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Gli orizzonti sfumati dell’esattezza

posted by Giulia febbraio 23, 2018 1 Comment

Ormai lo abbiamo capito, Calvino procede per dicotomie, alle volte di difficile interpretazione. Il suo pensiero è pervaso da una dualità che si manifesta spesso in maniera contorta, nel tentativo di spiegare qualcosa che forse non ha prima di tutto ben chiaro neppure lui.

Così adesso, dopo aver riflettuto su una Leggerezza Pensosa e su una Lenta Rapidità, ci troviamo davanti a quella che potrei definire una Vaghezza Esatta. Prima però di parlarvene, faccio un passo indietro ritornando su questa profusione di duplicità del pensiero calviniano. Via via che vado avanti nello studio di questo libro, si consolida in me l’idea che Calvino, come osservatore del mondo di cui vuole raccontare, riesca a coglierne l’aspetto dubbio che esso nasconde, alle volte senza riuscire a districarsi da tale ambiguità. Ed è questa forse l’origine del suo pensiero che riconosce nell’ esistenza umana una continua ricerca verso un punto di incidenza e cercandolo si rende conto dell’impossibilità di incontro perché la vita è essa stessa un continuo equilibrio fra punti che non si incontrano mai, che si attraggono e si respingono allo stesso modo.

La contrapposizione, se ci pensiamo, è insita in noi stessi.

Come esseri umani non siamo mai qualcosa senza essere anche altro: mai buoni e non cattivi, mai felici e non scontenti, mai appagati e non sgomenti, mai ricchi e non poveri. Siamo amore e odio, e come tali l’uno senza l’altro non esisteremmo; siamo sempre la completezza dell’opposto.

È su questa mia riflessione, necessaria per comprendere ciò che stavo leggendo, che è partita e si è conclusa la lettura della lezione sull’Esattezza.

Calvino mette da subito dei punti fermi, stabilendo che per dare esattezza a ciò che scriviamo dobbiamo innanzi tutto aver chiara nella mente l’opera che ci apprestiamo a scrivere; bisogna inoltre essere capaci di richiamare immagini forti e incisive, non scordando infine di usare un linguaggio molto preciso.

Vi dico la verità…io ho un temperamento impetuoso nella scrittura, che raramente mi porta a soffermarmi troppo sulla creazione del progetto di ciò che sto per fare. Di solito parto, senza una meta ben precisa. Il mio libro è nato così, la trama si è fatta da sola, via via che le parole si concatenavano l’una all’ altra: la visione di ciò che sarebbe diventato cresceva con le pagine e fino all’ ultimo non ho avuto ben chiaro cosa sarebbe successo. Non so se questo sia un bene o un male; tuttavia, creare un progetto a priori, può aiutarti nella costruzione dello stesso e forse impedire di farti rotolare fuori strada. Questo, credo, dovrò imparare a farlo, ma so di non potermi forzare troppo perché così facendo, violenterei la mia vena creativa.

Perciò qui mi trovo in contrasto con ciò che Calvino sostiene: non sono convinta neppure che esista una legge universale per tutti, credo piuttosto che ogni scrittore debba trovare la sua via, che magari sta nel mezzo tra una pianificazione dettagliata e una corsa a occhi chiusi nella propria immaginazione.

Calvino ci parla poi di linguaggio preciso. Ma cosa si intende per linguaggio preciso?

Ho avvertito una certa empatia con Calvino quando confessa che “il fastidio peggiore lo trovo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto.”

Ammetto di avere lo stesso identico problema; spesso avverto un senso di repulsione sentendomi parlare perché c’è un divario enorme tra la formulazione dei miei pensieri e l’elaborazione di essi tramite le parole che escono dalla mia bocca: il pensato non coincide con il parlato. Mai. Allora anche io ricorro alla scrittura che allevia la mia frustrazione perché risana il mio linguaggio e lo avvicina ai miei pensieri. La “peste del linguaggio” come la chiama il Maestro, trova di conseguenza cura nella letteratura.

In questa ottica non posso che condividere il suo pensiero; quello che invece rimane in me come un fastidioso bruscolo nell’ occhio è l’idea di un linguaggio talmente preciso da riuscire a cogliere l’imprevedibilità del pensiero, la nebulosa che lo avvolge e lo rende sfumato. Non posso credere che esista un linguaggio capace di racchiudere in spazi chiusi l’immensità dei nostri pensieri: posso piuttosto sostenere che un linguaggio preciso sia quello che si avvicina all’ idea del pensiero che vogliamo trasmettere, quello che trova la chiave per aprire la porta a tutte le sue sfumature, senza la necessità di doverle limare in nessun modo.

La parola è inconsistente eppur deve poter raffigurare la fisicità del mondo.

Ma soltanto questo?

Questa rigidità, questa geometria soffocante io non la vedo. La parola che si snoda nella scrittura, la partorisce e ne viene partorita, la guida e in essa si perde, racconta la consistenza ma anche l’inconsistenza, quello che è percepibile e quello che non lo è, deve essere necessariamente il ponte che collega il visibile all’ invisibile, ma anche viceversa. Calvino sostiene che il linguaggio debba avvicinare alle cose, ma che ci si deve avvicinare con cautela ed attenzione.

Mi sono chiesta: Che significa? Quali accorgimenti dobbiamo avere allora, come scrittori?

Non ho ben capito cosa Calvino si proponesse di insegnare in questa sua esaltazione dell’esattezza. Suppongo che un linguaggio efficace debba necessariamente essere preciso da un punto di vista lessicale. Ma certo è che il valore dell’esattezza non si può ridurre solo a questo.

Quello che ho percepito andando avanti nella lettura e che mi ha rincuorata, è l’apprendere che si debba sentire la necessità di rendersi prossimi alle cose per riuscire a raccontarle, partendo dalla loro Vaghezza Esatta per coglierne la bellezza, creando delle sfumature di pensiero infinite, ma precise, allo stesso tempo. Dobbiamo fare in modo che la nostra mente possa creare immagini rigorose atte a provare in noi un’agitazione di stomaco, una voglia di andare oltre le parole mentre le parole stesse continuano ad animare la nostra fantasia. Come un cerchio infinito in cui le parole portano alle immagini e le immagini alle parole. Le une non possono privarsi delle altre e viceversa. E questo perché il loro inseguirsi genera l’emozione per la quale il lettore è spinto ad andare avanti, come drogato dalla lettura.

Le parole sono per me qualcosa di vivo, sono un organismo vivente ricco di sensibilità. Non vedo nessuna geometria in esse, né nel mondo che voglio con esse rappresentare. Le cose del mondo sono vive, sono vive anche se inanimate, perché le percepisco io che vivo e le colloco nel quadro della mia esistenza e come tali possono comunicare anche senza parole. Quando tentiamo di tradurre tutto questo loro comunicare, corriamo il rischio di sviscerarle e trasmettere solo un vuoto. Ecco, è qui che entra in gioco la sensibilità del linguaggio, il suo cuore, il suo sangue che scorre impetuoso per trasmettere la vita, l’energia ad ogni cosa che racconta.

La vie – Marc Chagall

E il linguaggio, come la vita, non sarà mai esatto, ma saprà donare lo stesso.

Non so ancora se ho la capacità di usare questo linguaggio “biologico” che strabocca di vita, certo è che aspiro ad esso perché in esso vedo tutta la magnificenza dello scrivere che non si deve ridurre solo a un’ accozzaglia di parole prive di sangue con le quali si pretende di imprigionare qualcosa che sfugge, come l’aria.

Anche io, come Calvino soffro per l’inconsistenza, la mancanza di forma, la casualità, l’imprecisione che ci pervade. Vedo, ascolto, mi scontro con ogni mancanza di forma che per me ha la faccia della superficialità, della pochezza, dell’approssimazione dei rapporti umani e dei pensieri. Tuttavia riesco a curare le mie ferite tramite la scrittura che riempie i miei vuoti e ricuce ciò che la vita alle volte strappa.

Forse, perso nella sua contrapposizione, cresciuta senza averla saputa domare, Calvino tenta di dimostrare l’importanza dell’esattezza letteraria attraverso le parole di Leopardi, che sembrerebbe elogiare invece il suo opposto, ovvero il vago.

Leggendo queste riflessioni è nato il mio concetto di dualismo che ho battezzato, come prima accennavo, Vaghezza Esatta.

Mi piace questo concetto e anche se non sono per niente sicura che Calvino intendesse questo, credo come scrittrice che la Vaghezza Esatta delle immagini fornisca la chiave. Leopardi ci insegna che l’ignoto e il vago, non sono altro che la bacchetta magica che ci mostrerà il pulviscolare. Perciò una folla di gente, una campagna sterminata, l’infinità delle stelle, essendo quadri confusi di troppe cose messe insieme, ci impediranno di vedere il tutto che si nasconde nella molteplicità: di conseguenza siamo portati ad usare l’inventiva per vedere oltre e l’ignoto che ci sfugge assume un fascino particolare, perché non lo possiamo catturare con i nostri sensi, ma solo con la nostra mente. Il vago rappresenta la speranza perché tramite di esso possiamo abbattere le delusioni verso cui andiamo incontro nel corso della vita. Le quali, arrivano sempre troppo nitide.

Ma il vago di cui si sto parlando, è un vago ben definito, perciò esatto. Lo ammetto, sono di parte perché amo l’infelice Leopardi; il suo infinito porta la mia mente a scavalcare il muro dell’indefinito evocando in me, con esattezza sorprendente, immagini nitide e potenti. Questa credo, può essere la mia forza, come scrittrice. Non mi sento perciò un cristallo dedito alla cura della struttura, in questo fallisco sempre un po’; in me prevale la fiamma che tiene a mente la molteplicità di ciò che racconta, ma non si dimentica del “groviglio delle esistenze umane”.

In conclusione di questa lezione, tra le tante citazioni, spunta fuori Leonardo Da Vinci. Egli aveva un rapporto conflittuale con la scrittura perché in essa non trovava la giusta esattezza che invece gli era necessaria per comunicare tutta la sua sapienza; per questo preferiva disegnare.

Nei suoi dipinti dava particolare importanza alla cura del dettaglio: per raffigurare il corpo umano si dedicava allo studio dell’anatomia e per disegnare un fiore non poteva che studiare la botanica. La tecnica della prospettiva aerea, che tiene conto degli strati di pulviscolo atmosferico che si sovrappongono tra gli occhi dell’osservatore e gli oggetti in lontananza, gli era necessaria per rappresentare la realtà per come era davvero. Perciò gli oggetti lontani perdevano sempre più la nitidezza e venivano raffigurati con colori gradualmente più chiari in una gamma svariata di azzurri.

In questo suo dettagliato studio degli effetti dell’aria sulla visione del mondo, vedo un’estrema esigenza di esattezza eppure, davanti ai suoi dipinti mi perdo in un vago infinito raffigurato da orizzonti sfumati, ottenuto tramite l’uso della prospettiva aerea. Leonardo ci ha raccontato il vago tramite l’esattezza. Pur senza parole, nelle immagini ha trovato il suo modo esatto di raccontare.

Ha trovato il suo linguaggio biologico, quello che fa battere il cuore e libera l’immaginazione.

Di scrivere e disegnare, siamo capace tutti; raccontare è un’altra storia.

Ciò che mi ha spinto a riprendere la lettura di questo capolavoro di Italo Calvino, è stato il desiderio di costruire un progetto letterario in collaborazione con Roberto, di orizzontideglieventi; il nostro intento è quello di prendere spunto da questa opera per riflettere su quali siano gli insegnamenti che il maestro ha voluto trasmettere tramite questi appunti, scritti prima che la morte lo sorprendesse. L’interpretazione soggettiva che ne viene fuori sarà per noi stimolo di ulteriore riflessione.

Per leggere l’articolo di Roberto L’esatta indeterminazione clicca QUI

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1 Comment

Blog a cura di Roberto Masi febbraio 23, 2018 at 11:42 pm

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