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La figura dell’editor – Intervista a Cecilia Rutigliano

posted by Giulia maggio 8, 2018 0 comments

Chi è un editor?

La storia di un libro è sempre molto lunga. Non basta avere buone idee, bisogna anche saperle scrivere. Ma non basta neppure questo. Anche lo scrittore più bravo ha bisogno di una figura professionale che lo affianchi, che lo aiuti a far brillare la sua opera che per quanto ben scritta sia, avrà sempre bisogno di qualcosa in più: una specie di tocco magico. Questo lavoro così prezioso e delicato viene svolto dall’editor.

Per il mio libro,Ti regalo il cielo, ho avuto la fortuna sfacciata di poter collaborare con una professionista meravigliosa, una donna seria, preparata, puntuale e sensibile e nello stesso tempo simpatica e alla mano che mi ha guidata comprendendo il mio stile, rispettando la mia scrittura ed accogliendo con sensibilità le tematiche della mia opera. Insomma, facendo tutto ciò che ci si aspetta da un ottimo editor!

Lascio perciò la parola a lei, Cecilia Rutigliano di Edillia – servizi editoriali e redazionali che attraverso questa breve intervista ci apre la porta sul mondo dell’editor.

Cecilia Rutigliano

Cecilia Rutigliano

 

 In cosa consiste il lavoro di un editor?

Consiste nel dubitare di qualsiasi cosa e nell’andare a controllare tutto, anche quello che si conosce, perché l’editor dubita anche di se stesso.  Così – anzi più o meno così perché la faccenda è un tantino più complicata – lavora su un’opera grezza e la trasforma in un prodotto (più) raffinato. Intercetta, quindi, un testo valido e fa da ponte tra questo e una casa editrice.

 Quale è la cosa che trovi più divertente nel tuo lavoro?

Il fatto di sentirmi simile a un mago che deve tirare fuori roba da un cilindro. E anche sapere di dedicarmi a cose così minute (le virgole?) a cui probabilmente nessuno farà caso!

 Quale invece quella meno piacevole?

Dover comunicare a un autore che il suo testo non mi ha incuriosita…

 Come si diventa editor?

Ci sono corsi e master di ogni tipo ormai, anche universitari. Con questi si può imparare la parte tecnica del lavoro; poi ci sono altri aspetti che, secondo me, non possono essere insegnati e che devono appartenere un po’ al carattere della persona. Per esempio, avere tanta, tanta, tantissima pazienza a capacità di concentrazione. Diversamente, stare per ore a fissare delle pagine diventerebbe una mortificazione. E poi serve anche una certa flessibilità nell’intelligenza, una buona dose di empatia, un po’ di intuito e curiosità e la capacità di saper prendere le cose con leggerezza, affrontandole passo dopo passo pur senza perdere la visione di insieme. Infine, ma prima di tutto, naturalmente bisogna amare la lettura.

 Quale è stato il tuo personale percorso formativo?

Io mi sono formata sul campo. Provenivo da studi umanistici e avevo sempre letto molto.  Lavorando e sporcandomi un po’ le mani mi sono scoperta piuttosto incline a questo tipo di attività che poi ho approfondito con corsi e letture (!) personali.

 È difficile lavorare con un autore emergente?

Dipende dall’autore… Ma non lo trovo difficile in maniera assoluta. Semmai trovo difficile, talvolta, fargli capire che non si scrive per se stessi, a meno che non stiamo parlando del diario segreto. E quindi bisogna vestire un po’ i panni degli altri ed essere disposti a lasciar andare qualcosa di sé quando si decide di proporsi a un pubblico di lettori.

 Spiega in poche parole la differenza tra un libro prima e un libro post editing.

Un libro post editing ha una identità precisa. Che magari può non piacere a tutti, ma ce l’ha. Un libro prima dell’editing è un libro un po’ confuso e timido.

 Cosa ti spinge a “rimanere nell’ombra”?

Credo sia un “obbligo” dell’editor quello di restare nell’ombra, è la natura del suo lavoro che si svolge su testi che hanno una paternità, e non è la sua. È proprio quello il punto, l’editor c’è ma non si deve vedere.

 Hai mai pensato di diventare scrittrice?

Mah, no, non credo, magari ci ho fantasticato su ma più per scherzo!

 Quali servizi offre ad oggi la tua agenzia letteraria?

Editing, correzione di bozze, normazione editoriale, intermediazione con gli editori (per i testi ritenuti validi!) sono i principali. Poi ci sono attività accessorie che orbitano comunque attorno al “progetto-testo”.

 Quale genere letterario prediligi?

A livello di letture personali, mi piace leggere romanzi di vario tipo, ma ho una particolare inclinazione per quelli distopici e pulp. Mi piace molto anche la dimensione del racconto. Invece a livello professionale, mi diverte molto lavorare sulla saggistica.

 Quali consigli ti senti di dare ad uno scrittore emergente?

Quello di rimanere sempre coi piedi per terra e di prepararsi all’idea che pubblicare un libro non è solo un merito o un piacere, ma anche un impegno, che costringe a mettersi in gioco da più punti di vista.

 Cosa pensi dell’editoria italiana?

Che forse è poco pura. Mi piacerebbe che fosse meno democratica per certi versi, e più democratica per altri.

 Un libro che trovi orribile.

Non posso dirlo! Ma normalmente faccio fatica a dire a un libro che è orribile, perché so cosa c’è stato dietro. E poi devo dire che in libreria di solito ci prendo sempre nella scelta del libro adatto a me in quel momento, per cui quando finisco di leggerlo difficilmente lo liquido male… al più posso pensare che mi aspettavo di meglio!

 Un libro che trovi geniale.

Geniale non so, probabilmente non ho mai classificato una lettura in questi termini. Ma magari è solo una questione terminologica… Un libro a cui sono particolarmente legata è Tokyo blues, Norwegian wood, di Murakami, perché l’ho letto in una fase delicata della mia vita e mi ha fatto compagnia; uno a cui penso sempre con il sorriso è Ulisse era un fico, di De Crescenzo; uno che mi ha incollato alle pagine tutta una notte è stato Come Dio comanda, di Ammaniti, e uno che, chiudendo, mi ha fatto piangere lacrimoni è stato David Copperfield, di Dickens. Ognuno, a suo modo, è stato forse geniale per me per questi motivi!

Grazie Cecilia e…buon lavoro!

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