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Fenomenologia di Manuel Agnelli – Social e narrazione mitica ai tempi di X Factor

posted by Giulia dicembre 5, 2018 0 comments

Fenomenologia di Manuel Agnelli (Dissensi Edizioni), di Cristiana Boido,al contrario di quanto ci si possa aspettare dalla copertina, non è una biografia del cantante degli Afterhours, ma bensì un vero e proprio saggio sulla narrativa mitica in rete.

Partendo da una semplice domanda, ovvero perché Manuel Agnelli ha ottenuto così tanto successo, l’autrice spiega che tale successo per un personaggio che prima di approdare a X Factor non era poi così conosciuto e che lo ha reso in breve tempo un mito, ha avuto inizo grazie alla narrazione mitopoietica avvenuta tramite le social community.

L’autrice studia per più di un anno, dal gennaio 2016 al giugno 2017, i vari social e attraverso un’ accurata analisi fenomenologica evidenzia la progressiva emersione del personaggio Agnelli, che decidendo di partecipare al suddetto Talent show, ha innescato una fitta e intricata rete narrativa attraverso i social che sono in poco tempo  letteralmente impazziti per il suo personaggio.

Ma quale è il processo che porta alla nascita dei miti contemporanei?

L’autrice ci spiega e ci dimostra, esaminando ciò che è accaduto ad Agnelli, che i social sono vere e proprie macchine mitopoietiche in grado di creare miti tramite la narrazione dal basso da parte dei fan che, con estrema disinvoltura e alla velocità della luce, diffondono memi che si propagano come virus tra la rete. Cristiana Boido ricostruisce così il Viaggio dell’Eroe e Agnelli può essere considerato alla stregua di un mito classico e la narrativa di cui è oggetto assimilabile a quella epica.

Agnelli, leader e voce degli Afterhours, gruppo alternative rock nato negli anni ottanta, accetta il ruolo di giudice di X Factor, lasciando perplessi i fan di vecchia data (me compresa). Il perché lo abbia fatto, scrive l’autrice, è forse dovuto al suo sentirsi ancora incompleto, ovvero alla ricerca di quella fama mediatica che dà visibilità e rende riconoscibili. Ma in realtà, come lui stesso afferma, la cosa che cerca è una delle conseguenze della fama, cioè il “potere”: conquistato il potere sarà libero di fare quello che vuole, che altro non è se non ciò che è davvero bello anche se non genera profitto.  Così Agnelli intraprende il viaggio che sarà per lui un pò come morire per poi rinascere non solo come eroe, usando le parole  dell’autrice,  ma anche come straniero, cercatore, signore oscuro, trickster ovvero il buffone in grado di impedire l’immobilità culturale.

Procedendo con la lettura, ho compreso che in realtà non è Agnelli il protagonista della storia, come sembrerebbe; esso è invece lo “strumento” che l’autrice abilmente usa per dimostrare come si possa oggi diventare un mito attraverso i social. Ma perché allora, viene da chiedersi, c’è questa spasmodica necessità di creare nuovi miti? E’ una storia vecchia: tutti, ma proprio tutti, abbiamo bisogno di figure di riferimento, di personaggi in cui riflettersi, ritrovarsi e racchiudere i propri sogni, quei noi desiderati e mai concretizzati. Ed ecco che nasce la cultura delle celebrità, dove fioriscono nuovi eroi, beniamini a cui affidare le proprie incompletezze, personaggi che non conosciamo ma che, grazie ai social, viviamo da vicino come fratelli, nei quali cerchiamo e spesso troviamo autogratificazione.

Dopo questa lettura, non facile per i concetti piuttosto complessi e il linguaggio tutt’altro che comune, affiancata da una ricca e interessante bibliografia, ho interpretato l’analisi fenomenologica portata avanti con dedizione e competenza da parte dell’autrice, come una forte spinta di riflessione verso aspetti della vita odierna che spesso diamo per assodati, quindi per scontati. Quanto potere subdolo che hanno questi social! Tanto potere da creare in breve tempo dei supereroi che con la stessa facilità possono essere distrutti con pochi click. Quanta carenza di ideali a cui aggrapparsi da doverli cercare oltre la vita reale come se la soddisfazione fosse solo nella celebrazione di noi stessi o nella vita di altri che sono arrivati sull’Olimpo. Eppure, che ci piaccia o no, questo nuovo modo di narrare, subdolo, grezzo, aspro e fin troppo sincero, sta cambiando le nostre vite, quello che siamo e quello che vorremmo essere. Ci condiziona, ci trasporta, ci ossessiona anche, ci avvicina pericolosamente a chi non conosciamo, ma alla stregua dei racconti narrati vicino al focolare, ci tiene stretti l’un l’altro in un’atmosfera di vita che di umano sembra avere sempre meno.

Ringrazio l’autrice per avermi dato l’opportunità di leggere la sua interessante opera, che oltre che farmi riflettere molto, mi ha anche trasportata indietro nel tempo, negli anni novanta in cui la voce di Agnelli graffiava le pareti della mia stanza e ancora social era una parola sconosciuta e i miti, ce li costruivamo noi, con le nostre esperienze e le nostre scelte.

L’autrice

Cristiana Boido, laureata al “grande Dams” di Bologna, è editor, copywriter e redattrice. Motociclista, appassionata di pittura cinquecentesca, di rock e letteratura inglese, per sua stessa ammissione “ha scritto su tutto”, dai dispositivi medici per la proctologia alla mostra antologica su Basquiat. Dal 1993, dopo aver profetizzato “internet non avrà alcun successo”, si è appassionata allo studio delle communities virtuali.

Vive in un minuscolo borgo dei primi contrafforti dell’Appennino Ligure, nella casa di famiglia, con la gemella e cinque gatti.

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