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La didattica per competenze

posted by Giulia gennaio 11, 2019 0 comments

Ormai sono diversi anni che nell’ ambiente scolastico si sente parlare di competenze e di didattica delle competenze. Questa è difatti l’ultima frontiera verso cui il sistema didattico si sta dirigendo.

La scuola è un organismo in evoluzione e negli anni è cambiata di molto anche se agli occhi di persone esterne potrebbe non sembrare. Almeno è cambiata a livello teorico, in particolare dal 2012, quando sono uscite le Indicazioni Nazionali per il curricolo.

Quando ero io una studente di scuola primaria e ancora quando ho iniziato a insegnare, la scuola aveva tutta un’altra impronta rispetto a quella odierna ma, come già detto, essendo un organismo che  – per fortuna – si evolve, è cambiata e sta attualmente cambiando in risposta al mutare della società, che certamente non è la stessa di cinquanta anni fa.

Le maestre di una volta (ma senza allontanarsi tanto, basti pensare ad una quindicina di anni fa) erano coloro che trasmettevano conoscenze e si prodigavano per far sì che i propri studenti potessero applicare tali conoscenze nei contesti scolastici, trasformandole in abilità. Al centro di tutto il processo c’era l’insegnamento e di conseguenza gli insegnanti che avevano il dovere di svolgere i programmi ministeriali da cima a fondo. Così la maestra insegnava e lo studente assimilava conoscenze. In effetti la scuola era quasi l’unica fonte di informazioni per il bambino e grazie ad essa imparava e conosceva cose delle quali non aveva mai sentito parlare. Ma ad oggi non è più così. La società è notevolmente e rapidamente mutata; siamo quotidianamente sommersi da miliardi di informazioni che ci arrivano da tablet, smarthphone, televisione, internet. Questo è un bene, purchè si possegga una certa dose di pensiero critico che ci aiuti a discernere e a riconoscere le buone dalle cattive informazioni.

Ma la questione è un’altra: quando un bambino di sei anni arriva in prima elementare, già conosce tante cose e sicuramente molte di più di quelle che conoscevamo noi alla sua età e la maestra non la vede più come un oracolo, ma soltanto come un adulto che gli racconta cose che più o meno conosce già. Questo fatto è uno dei principali per cui siamo arrivati a comprendere che la scuola doveva iniziare ad evolversi per stare al passo con l’epoca moderna per poter continuare a fornire un servizio utile alla crescita sociale. Non si può perciò più pensare che sia sufficiente che il maestro si fermi alla trasmissione delle conoscenze: è invece necessario che parta da esse per arrivare all’ acquisizione di competenze base che saranno le fondamenta per un lifelong learning : l’obiettivo deve sempre essere la crescita integrale della persona.

Tutto questo è molto bello, ma in pratica?

Diciamo che al momento attuale gli istituti scolastici e i docenti si trovano in una fase di sperimentazione, ovvero lavorano affinchè questa evoluzione diventi pratica comune e di facile uso. Le Indicazioni Nazionali infatti, non dettano regole ben precise, ma come dice il loro nome si limitano ad indirizzare verso un percorso che abbia come obiettivo le competenze, fissando dei traguardi di sviluppo per raggiungere i quali le scuole, in piena autonomia, realizzeranno il proprio curricolo.

Si capisce quindi che siamo molto lontani dai vecchi programmi ministeriali che invece erano prescrittivi e indicavano in modo molto preciso i contenuti da sviluppare e i conseguenti obiettivi da raggiungere. In fin dei conti, per un docente, era molto più semplice perché la strada da percorrere era ben delineata e aveva tempi da rispettare ben precisi. Adesso diciamo che abbiamo acquisito più autonomia e che esistono degli obiettivi da raggiungere attraverso un curricolo ma che hanno tempistiche più ampie; a questo modo di lavorare bisogna ancora  adattarsi e attualmente la situazione non è ancora chiara. Ci vuole tempo, non si può certo pensare di fare la rivoluzione in un solo giorno. I vantaggi sono certo notevoli: innanzi tutto la didattica per competenze ha come obiettivo principale l’inclusività, ovvero far in modo che ogni studente, nella sua diversità, sia in grado di raggiungere tutti gli obiettivi prefissati e possa esprimere i suoi talenti nel migliore dei modi.

La scuola del passato premiava invece solo coloro che rispondevano alle richieste standard. Chi non riusciva veniva abbandonato. Questo perché la scuola rifletteva il posizionamento sociale e culturale degli alunni e “non promuoveva veramente nessuno, ma certificava una classifica già stilata dalla vita” (Didattica per competenze, Scapin, Da Re).

La scuola inclusiva che ci prefiggiamo oggi, non ha come obiettivo l’integrazione degli alunni diversi, ma la costruzione di un ambiente in cui tutti possano sentirsi accolti e gratificati, dove apprendere e più che altro imparare a stare al mondo. La scuola difatti, come già detto precedentemente, ha come obiettivo primario lo sviluppo integrale della persona e promuove un apprendimento che possa continuare per tutto l’arco della vita (apprendimento permanente), come previsto dalle competenze chiave europee. Essere competenti significa infatti essere in grado di affrontare i cambiamenti repentini che la vita ci mette davanti. Di fronte a tali finalità si capisce che oggi l’insegnamento pone al centro lo studente con i suoi stili cognitivi e i processi di apprendimento che ne sono la conseguenza.

La scuola deve fornire perciò sia strumenti culturali per conoscere e interpretare la realtà e ciò avviene tramite la trasmissione di conoscenze, ma anche e soprattutto delle strategie operative con le quali operare nella vita reale e affrontare i mutamenti che essa ci offre. Non si parla più allora di materie, ma di discipline che sono ambiti di ricerca interconnessi fra loro e rappresentano lo strumento tramite il quale si acquisiscono le competenze di base. La laboratorialità è certamente la metodologia migliore per poter acquisire le competenze; ciò però non significa fare laboratorio, ma impostare la didattica attraverso l’individuazione di problemi da risolvere, sperimentare, ricercare, confrontarsi, collaborare. Difatti l’agire competente si rivela proprio nella capacità di trovare risorse e strumenti idonei alla soluzione di situazione problematiche, partendo dalle conoscenze possedute.

Detto questo, che teoricamente ha il suo fascino, nella pratica siamo ancora molto lontani da applicare una vera e propria didattica per competenze nelle nostre scuole, per diversi fattori. Innanzi tutto, come già detto, le Indicazioni Nazionali sono solo uno strumento di orientamento e se certamente questo può rappresentare valore aggiunto per il sistema scuola perché fornisce libertà di scelta e di agire, dall’altro rimane  meno facile da utilizzare perché non prescrive e spesso dove manca prescrizione è più facile disorientarsi. Ma questo non è il vero problema perché sono certa che la soluzione stia nel tempo e nella pratica. I veri problemi sono dati dalla difficoltà di destrutturare la mentalità di una volta radicata ancora in tanti docenti e ahimè, anche nei genitori. Gli insegnanti hanno una chance di riuscita in più perché, come dicevo prima, la pratica e il tempo per forza in loro porteranno dei cambiamenti. Ma le famiglie rimangono quasi tutte all’ oscuro di questo nuovo modo di fare scuola e sono ancora convinte che la maestra che lavora bene sia quella che porta “avanti il programma”. Lo dico da docente ma lo confermo da genitore, non perché io sia della stessa opinione ovviamente ma perché sento le chiacchiere degli altri genitori. “La nostra classe è indietro”,  “la maestra perde tempo a fare giochini” “non hanno ancora fatto le divisioni!”.  Io che sto nel mezzo, un po’ mi arrabbio e un po’ li capisco. Perché a loro nessuno ha spiegato come la scuola si stia evolvendo. Se la maestra assegna un “compito autentico” come fare la spesa con la mamma e calcolare quanto spende in media una famiglia a settimana per mangiare, si lamentano perché si perde tempo e non si va avanti con il programma. Ecco, credo che allora le scuole dovrebbero pensare a informare i genitori sui nuovi approcci di una didattica per competenze, di quali siano gli strumenti privilegiati, dell’importanza dei compiti autentici, di come funziona una valutazione delle competenze. E finalmente che capiscano che i programmi non esistono più!

Fino a che non avverrà questo e fino a che gli insegnanti non saranno i primi a crederci, la didattica per competenze con tutti i suoi vantaggi, rimarrà molto teorica e poco pratica.

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